CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “I ribelli sono a Tripoli, il regime cade” e l’editoriale di Sergio Romano: “Strana guerra senza vincitori”. A centro pagina: “Napolitano: ‘Una svolta per crescere’”. In basso: “Se aiutate qualcuno non aspettatevi gratitudine” e “Strauss-Kahn, caso chiuso?”.
REPUBBLICA – In apertura foto notizia: “I ribelli: Tripoli è nostra” e sulla sinistra: “La città brucia con il suo raìs”. A fondo pagina: “Napolitano: ‘Nascosta la gravità della crisi’”.
LA STAMPA – In apertura foto notizia: “Tripoli, le ultime ore di Gheddafi” e l’editoriale di Marta Dassù: “Euro e Libia, le due guerre d’Europa”. Al centro: “‘Evasione, basta debolezze’” e “Il presidente ruba la scena al Cavaliere”. Di spalla: “Il tempio Sikh colora la Padania”. A fondo pagina: “Mal Comune”.
IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Il fisco locale raddoppia il conto” e l’editoriale di Alberto Orioli: “Lo spirito del riscatto”. Di spalla: “L’ombra dell’eurotassa un rischio per i listini”. Al centro: “A Venezia il Patto costa 190 euro per abitante” e “Entro dicembre capital gain al test fiscale”.
IL MESSAGGERO – In apertura: “Tripoli, le ultime ore di Gheddafi”. In un box: “La parabola del dittatore che si credeva invulnerabile” e “Il pressing italiano: ‘Evitare altro sangue’”. Editoriale di Riccardo De Palo: “La fine del regime”. Al centro: “Napolitano: gravità della crisi nascosta dalla maggioranza” e “Coraggio all’altezza delle sfide”. In basso: “Roma, arriva Osvaldo” e “Ecco l’isola che non c’è (o ci fa) dove si vive senza regole e imposte”.
IL TEMPO – In apertura: “Napolitano dà lezioni a Bersani”. Editoriale di Mario Sechi: “Italia-Germania tra euro e marco”. Al centro: “Crolla il regime di Tripoli. Catturati tre figli del raìs”. Di spalla foto notizia: “Cancelliera del rigore ma senza memoria”. A fondo pagina: “Omicidio di Melania. Si ‘entra’ in caserma” e “I papaboys diventano missionari nel mondo”.
IL GIORNALE – In apertura: “Quello che Silvio non può dire”. Di spalla: “Ultime ore per il raìs pronto ad arrendersi” e “E per il dopo Gheddafi il rischio islamista”. A fondo pagina: “Impariamo dalla fata Turchina”.
L’UNITÀ – In apertura: “Napolitano, l’ora della verità”. A centro pagina foto notizia: “Onorevoli, un solo stipendio”. Di spalla: “Si parli pure dei patrimoni” e “Libia, il vuoto italiano”. In basso: “I ribelli a Tripoli. Il raìs: combatterò fino alla fine”.
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lunedì 22 agosto 2011
lunedì 18 luglio 2011
Lodo Mondadori: la storia vera
Strillano all'esproprio e parlano di sentenza politica. Ma i fatti sono lineari, chiari e certificati: Berlusconi si prese la casa editrice di Segrate corrompendo un giudice con i soldi di un conto estero. Tutto il resto è chiacchiera
di Marco Travaglio
E' piuttosto complicato spacciare la sentenza Mondadori per un caso politico. Perché tutti i fatti alla base del risarcimento di 560 milioni inflitto alla Fininvest dalla Corte d'appello di Milano risalgono a oltre vent'anni fa. Dunque ben prima che il Cavaliere entrasse in politica: tra il 1988 e il 1991.
Tutto comincia nel 1988, quando Silvio Berlusconi, piccolo azionista del gruppo editoriale, ne tenta la scalata. Carlo De Benedetti, che con la Cir controlla il pacchetto di maggioranza, resiste all'assalto e si accorda con gli eredi Mondadori-Formenton per acquistare il loro pacchetto azionario entro il 30 gennaio 1991. Poi però questi cambiano cavallo e nel novembre 1989 si alleano col Cavaliere. Il quale, il 25 gennaio 1990, diventa presidente del gruppo, assommando alle sue tre tv e al "Giornale" di Montanelli anche "Repubblica", "Panorama", "L'Espresso", "Epoca" e una dozzina di giornali locali Finegil, oltre al ramo libri. Sia l'Ingegnere sia il Cavaliere rivendicano il controllo del gruppo: così la "guerra di Segrate" viene affidata a un collegio di tre arbitri, scelti da De Benedetti, dai Formenton e dalla Cassazione.
Questi, il 20 giugno 1990, depositano il lodo che dà ragione alla Cir: la Mondadori è dell'Ingegnere e il Cavaliere deve lasciare la presidenza ai manager debenedettiani. Ma Berlusconi e i Formenton non si danno per vinti e impugnano il lodo davanti alla Corte d'appello civile di Roma, noto feudo di Cesare Previti.
La causa finisce alla I sezione civile, presieduta da Arnaldo Valente (che, secondo Stefania Ariosto, frequentava casa Previti). E, come giudice relatore ed estensore della sentenza, viene designato Vittorio Metta, anche lui intimo di Previti. La camera di consiglio si chiude il 14 gennaio 1991: mancano due settimane allo scadere del patto Berlusconi-Formenton. Dieci giorni dopo, il 24, la sentenza Metta viene resa pubblica: il Lodo è annullato, la Mondadori torna per sempre a Berlusconi. Ma è un segreto di Pulcinella: già un mese prima Bruno Pazzi, presidente andreottiano della Consob, l'aveva anticipata al legale dell'Ingegnere, Vittorio Ripa di Meana. Lo testimonierà De Benedetti al processo di Milano: "Correva voce che la sentenza era stata scritta a macchina nello studio dell'avvocato Acampora ed era costata 10 miliardi... Fu allora che sentii per la prima volta il nome di Previti, come persona vicina a Berlusconi e notoriamente molto introdotta negli uffici giudiziari romani".
A quel punto, però, interviene la politica. Preoccupato dallo strapotere mediatico di Berlusconi, dunque di Craxi, Giulio Andreotti impone ai duellanti una transazione dinanzi al suo fedelissimo Giuseppe Ciarrapico. Risultato: per chiudere la partita, il Cavaliere deve restituire "Repubblica", "l'Espresso" e i giornali Finegil alla Cir, mentre "Panorama", "Epoca" e il resto di Mondadori rimangono Fininvest.
Fin qui la storia pubblica della guerra di Segrate. Ma c'è anche un "dietro le quinte", scoperto dalla Procura di Milano durante le indagini bancarie nate dalle rivelazioni della Ariosto. Un mese dopo la sentenza che annulla il lodo, si mette in moto un fiume di denaro dai conti svizzeri della Fininvest a quelli di Previti e di altri due avvocati occulti del gruppo: Attilio Pacifico e Giovanni Acampora. Il 14 febbraio 1991 All Iberian (società offshore del comparto occulto della Fininvest) bonifica 2.732.868 dollari (3 miliardi di lire) sul conto svizzero "Mercier" di Previti. Di qui, il 26 febbraio, metà della somma (1 miliardo e mezzo) viene bonificata al conto "Careliza Trade" di Acampora. Il quale, il 1 ottobre, rigira 425 milioni a Previti, che li dirotta in due tranche (11 e 16 ottobre) sul conto "Pavoncella" di Pacifico. Questi, il 15 e 17 ottobre, preleva 400 milioni in contanti e li fa recapitare in Italia a un misterioso destinatario: secondo l'accusa, è il giudice Metta. Il quale, nei mesi successivi, spende altrettanti contanti per acquistare e ristrutturare un appartamento per la figlia Sabrina e comprare una Bmw nuova. Poi lascia la magistratura, diventa avvocato e, insieme a Sabrina, va a lavorare allo studio Previti.Dopo varie sentenze altalenanti, nel 2007 la Cassazione condannerà Metta, Previti, Pacifico e Acampora per corruzione giudiziaria (Berlusconi invece s'è salvato grazie alla prescrizione, abbreviata dalla generosa concessione delle attenuanti generiche). Al processo di Milano, infatti, gli imputati raccontano un sacco di bugie, nel disperato tentativo di giustificare quell'enorme e tortuoso giro di denaro. Previti parla di "normali parcelle", ma in quel periodo non risulta aver svolto incarichi professionali che le spieghino. Metta estrae dal cilindro una fantomatica eredità, ma anche nel suo caso i conti e le date non tornano.
L'ex giudice aggiunge di aver conosciuto Previti solo nel '94, ma la Procura scopre dai tabulati che i due si telefonavano già nel 1992-93. La goccia che fa traboccare il vaso è l'incredibile tempistica della sentenza incriminata: dai registri della Corte d'appello di Roma si scopre che Metta depositò la motivazione dell'anti-lodo (168 pagine) il 15 gennaio 1991: appena un giorno dopo la camera di consiglio. Lui che, per sentenze molto più brevi, era noto per impiegare due-tre mesi di tempo. E' chiaro che il verdetto è stato scritto prima, e anche altrove: nella sentenza definitiva si legge che fu "dattiloscritto presso terzi estranei sconosciuti" e al di "fuori degli ambienti istituzionali", tant'è che al processo ne sono emerse "copie diverse dall'originale".
I giudici, oltre alle pene detentive per i condannati, stabiliscono anche il diritto della Cir a essere risarcita dalla Fininvest in sede civile per il "lucro cessante" e il "danno emergente" dello scippo Mondadori. Anche perché la Cassazione, pur prendendo atto della prescrizione per Berlusconi, sostiene che è "ragionevole" e "logico" che il mandante della tangente a Metta fosse lui: "La retribuzione del giudice corrotto è fatta nell'interesse e su incarico del corruttore". Cioè l'attuale presidente del Consiglio, che aveva "la piena consapevolezza che la sentenza era stata oggetto di mercimonio".
Del resto "l'episodio delittuoso si svolse all'interno della "guerra di Segrate", combattuta per il controllo di noti ed influenti mezzi di informazione". Il solito utilizzatore finale.
di Marco Travaglio
E' piuttosto complicato spacciare la sentenza Mondadori per un caso politico. Perché tutti i fatti alla base del risarcimento di 560 milioni inflitto alla Fininvest dalla Corte d'appello di Milano risalgono a oltre vent'anni fa. Dunque ben prima che il Cavaliere entrasse in politica: tra il 1988 e il 1991.
Tutto comincia nel 1988, quando Silvio Berlusconi, piccolo azionista del gruppo editoriale, ne tenta la scalata. Carlo De Benedetti, che con la Cir controlla il pacchetto di maggioranza, resiste all'assalto e si accorda con gli eredi Mondadori-Formenton per acquistare il loro pacchetto azionario entro il 30 gennaio 1991. Poi però questi cambiano cavallo e nel novembre 1989 si alleano col Cavaliere. Il quale, il 25 gennaio 1990, diventa presidente del gruppo, assommando alle sue tre tv e al "Giornale" di Montanelli anche "Repubblica", "Panorama", "L'Espresso", "Epoca" e una dozzina di giornali locali Finegil, oltre al ramo libri. Sia l'Ingegnere sia il Cavaliere rivendicano il controllo del gruppo: così la "guerra di Segrate" viene affidata a un collegio di tre arbitri, scelti da De Benedetti, dai Formenton e dalla Cassazione.
Questi, il 20 giugno 1990, depositano il lodo che dà ragione alla Cir: la Mondadori è dell'Ingegnere e il Cavaliere deve lasciare la presidenza ai manager debenedettiani. Ma Berlusconi e i Formenton non si danno per vinti e impugnano il lodo davanti alla Corte d'appello civile di Roma, noto feudo di Cesare Previti.
La causa finisce alla I sezione civile, presieduta da Arnaldo Valente (che, secondo Stefania Ariosto, frequentava casa Previti). E, come giudice relatore ed estensore della sentenza, viene designato Vittorio Metta, anche lui intimo di Previti. La camera di consiglio si chiude il 14 gennaio 1991: mancano due settimane allo scadere del patto Berlusconi-Formenton. Dieci giorni dopo, il 24, la sentenza Metta viene resa pubblica: il Lodo è annullato, la Mondadori torna per sempre a Berlusconi. Ma è un segreto di Pulcinella: già un mese prima Bruno Pazzi, presidente andreottiano della Consob, l'aveva anticipata al legale dell'Ingegnere, Vittorio Ripa di Meana. Lo testimonierà De Benedetti al processo di Milano: "Correva voce che la sentenza era stata scritta a macchina nello studio dell'avvocato Acampora ed era costata 10 miliardi... Fu allora che sentii per la prima volta il nome di Previti, come persona vicina a Berlusconi e notoriamente molto introdotta negli uffici giudiziari romani".
A quel punto, però, interviene la politica. Preoccupato dallo strapotere mediatico di Berlusconi, dunque di Craxi, Giulio Andreotti impone ai duellanti una transazione dinanzi al suo fedelissimo Giuseppe Ciarrapico. Risultato: per chiudere la partita, il Cavaliere deve restituire "Repubblica", "l'Espresso" e i giornali Finegil alla Cir, mentre "Panorama", "Epoca" e il resto di Mondadori rimangono Fininvest.
Fin qui la storia pubblica della guerra di Segrate. Ma c'è anche un "dietro le quinte", scoperto dalla Procura di Milano durante le indagini bancarie nate dalle rivelazioni della Ariosto. Un mese dopo la sentenza che annulla il lodo, si mette in moto un fiume di denaro dai conti svizzeri della Fininvest a quelli di Previti e di altri due avvocati occulti del gruppo: Attilio Pacifico e Giovanni Acampora. Il 14 febbraio 1991 All Iberian (società offshore del comparto occulto della Fininvest) bonifica 2.732.868 dollari (3 miliardi di lire) sul conto svizzero "Mercier" di Previti. Di qui, il 26 febbraio, metà della somma (1 miliardo e mezzo) viene bonificata al conto "Careliza Trade" di Acampora. Il quale, il 1 ottobre, rigira 425 milioni a Previti, che li dirotta in due tranche (11 e 16 ottobre) sul conto "Pavoncella" di Pacifico. Questi, il 15 e 17 ottobre, preleva 400 milioni in contanti e li fa recapitare in Italia a un misterioso destinatario: secondo l'accusa, è il giudice Metta. Il quale, nei mesi successivi, spende altrettanti contanti per acquistare e ristrutturare un appartamento per la figlia Sabrina e comprare una Bmw nuova. Poi lascia la magistratura, diventa avvocato e, insieme a Sabrina, va a lavorare allo studio Previti.Dopo varie sentenze altalenanti, nel 2007 la Cassazione condannerà Metta, Previti, Pacifico e Acampora per corruzione giudiziaria (Berlusconi invece s'è salvato grazie alla prescrizione, abbreviata dalla generosa concessione delle attenuanti generiche). Al processo di Milano, infatti, gli imputati raccontano un sacco di bugie, nel disperato tentativo di giustificare quell'enorme e tortuoso giro di denaro. Previti parla di "normali parcelle", ma in quel periodo non risulta aver svolto incarichi professionali che le spieghino. Metta estrae dal cilindro una fantomatica eredità, ma anche nel suo caso i conti e le date non tornano.
L'ex giudice aggiunge di aver conosciuto Previti solo nel '94, ma la Procura scopre dai tabulati che i due si telefonavano già nel 1992-93. La goccia che fa traboccare il vaso è l'incredibile tempistica della sentenza incriminata: dai registri della Corte d'appello di Roma si scopre che Metta depositò la motivazione dell'anti-lodo (168 pagine) il 15 gennaio 1991: appena un giorno dopo la camera di consiglio. Lui che, per sentenze molto più brevi, era noto per impiegare due-tre mesi di tempo. E' chiaro che il verdetto è stato scritto prima, e anche altrove: nella sentenza definitiva si legge che fu "dattiloscritto presso terzi estranei sconosciuti" e al di "fuori degli ambienti istituzionali", tant'è che al processo ne sono emerse "copie diverse dall'originale".
I giudici, oltre alle pene detentive per i condannati, stabiliscono anche il diritto della Cir a essere risarcita dalla Fininvest in sede civile per il "lucro cessante" e il "danno emergente" dello scippo Mondadori. Anche perché la Cassazione, pur prendendo atto della prescrizione per Berlusconi, sostiene che è "ragionevole" e "logico" che il mandante della tangente a Metta fosse lui: "La retribuzione del giudice corrotto è fatta nell'interesse e su incarico del corruttore". Cioè l'attuale presidente del Consiglio, che aveva "la piena consapevolezza che la sentenza era stata oggetto di mercimonio".
Del resto "l'episodio delittuoso si svolse all'interno della "guerra di Segrate", combattuta per il controllo di noti ed influenti mezzi di informazione". Il solito utilizzatore finale.
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